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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Cuba: violenza sui blogger
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2009

Cuba: violenza sui blogger


Raffaele Roselli

ROMA 07/11/09 - 20:55
Il regime castrista ha cominciato a usare le maniere forti contro chi, attraverso internet, difende la libertà di espressione raccontando la vita quotidiana nell'isola. La denuncia arriva dalla più famosa tra i blogger cubani che pubblicano storie e notizie on line, Yoani Sanchez. Ascolta l'intervista. Nella pagina il link al suo blog nella versione italiana tradotta dall'amico della blogger e scrittore Gordiano Lupi, pubblicata sull'edizione on line della Stampa di Torino.




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Di solito gli uomini mi dicono parole diverse
post pubblicato in Diario, il 1 novembre 2009

Mi svegliavo sempre all’alba. Senza che avessi qualcosa di preciso da fare uscivo e andavo in strada, verso la spiaggia il più delle volte. Di tanto in tanto incontravo le venditrici di frutta che iniziavano a preparare le ceste e qualche vecchio ubriacone. I turisti no. Era troppo presto per loro. Dovevano ancora riprendersi dall’alcool e dal sesso della notte precedente. Mi piaceva che non ci fossero in giro. Era bello vedere Cuba in mano ai cubani, almeno ancora per qualche ora. Era come se quei momenti di luce appena poggiata sul mondo fossero gli unici veri della giornata, come se la verità lentamente sfumasse nella bugia.

Delle volte fumavo, anche se era presto fumavo. Col sapore del latte in bocca mi accendevo qualche strana sigaretta messicana o peruviana, rimediata chissà dove e chissà da chi. E camminavo, voglio dire uscivo di casa esattamente per far quello. Camminavo e mi guardavo intorno. Guardavo. E guardavo. Non mi sarei mai stancato di farlo. Mi piace da impazzire come il cielo dei Caraibi si getti nell’oceano e come i colori prendano il sopravvento sul grigio della notte. Qualche volta entravo nel bar 24 ore. Fissavo le gambe delle cameriere e il seno della cassiera bionda. Non era bellissima. Voglio dire non era bella come le altre. Ma quel seno aveva lo strano potere di ipnotizzarmi. Era grande ma sodo e perfetto. Sembrava quello di una ragazza ben più giovane e la cassiera sembrava rendersene conto perfettamente, perché, non so come riusciva a farlo, ma quel seno era al centro esatto del mondo. Voglio dire che sembrava che tutto il bar, e la spiaggia, e l’oceano e io stesso, non potessimo far altro che ruotare intorno a quella meraviglia. Lo compravo là dentro il latte. Portavo il bicchiere alle labbra e non smettevo di fissare quella meraviglia della natura. No era perversione la mia, non mi piace la perversione. Mi piace tutto il resto.

Yania, si chiamava così quella cassiera conturbante, mi salutava sempre con un bel sorriso. Io ricambiavo il suo saluto nel solo modo che uno straniero potesse fare, lasciando una buona mancia. Non le avevo mai parlato prima di quel mattino. Lei non lo aveva fatto con me ed io non volevo costringerla a iniziare la lotta dei doppi sensi così di buon ora. Ma quella volta fu lei a dirmi qualcosa.

“Ti svegli sempre così presto?”.

“Dormo poco”.

“E la sera non esci?”.

“La sera esco, esco tutte le sere. Di solito vado a cenare all’Avana e rientro in piena notte”.

“E come puoi essere qua alle sei del mattino?”.

“Dormo poco. Da quando sono bambino. Tre ore al massimo”.

“Oh. È strano”.

“Sì, è strano”.

“Sei al Tropicoco?”.

“Sì”.

“Ci lavora mia sorella, è al bar”.

“Ora che me lo dici, be’ forse sì, ho capito chi potrebbe essere”.

“Ah ah ah, parli del seno tesoro?”

“Come dici?”.

“Parli del seno? Mi hai detto che forse hai capito chi potrebbe essere mia sorella perché ha il seno più grande del mio?”.

“No. Sì. Esattamente per questo motivo. Ho fatto mente locale e mi è venuto in mente che potesse essere proprio lei. Si chiama Dania, vero?”

“Esattamente. La conosci?”

“Preferisco i suoi cocktail a quelli degli altri barman e poi è sempre gentile”.

“Scusa se ti faccio una domanda, ma sei sempre solo?”

“Vuoi dire che non mi vedi mai con nessuna ragazza”.

“Volevo dire questo. Non hai la novia?”.

“Sono a Cuba per scrivere”.

“Sei un giornalista?”

“Uno scrittore. Sto scrivendo un romanzo”.

“Oh, che bello. Un romanzo ambientato all’Avana?”.

“Un romanzo ambientato a Tokyo”.

“In Giappone? Uno scrittore italiano che passa l’estate a Cuba per scrivere un romanzo ambientato a Tokyo? Ah ah ah, scusa se te lo dico ma è una situazione strana”.

“Sono pieno di situazioni strane. Diciamo che ci sono abituato e mi tengono compagnia”.

“Io sono una gran chiacchierona, forse ti sto annoiando”.

“Non mi annoia parlare con te. Anzi lo trovo… come si dice in spagnolo… eccitante”.

“Oh, eccitante? Ah ah ah, e perché lo trovi eccitante?”.

“Ti trovo una donna molto eccitante”.

“E vediamo cosa ti piace di me?”.

“Quel candore della pelle. Non so come tu faccia a restare così bianca. Poi il disegno delle labbra”.

“Di solito gli uomini mi dicono parole diverse”.

“Di solito anche io dico parole diverse”.

 

La radio cantava una canzone di Raul Paz. Era lenta e sensuale. Poche parole ed una musica leggera. Le presi una mano e la baciai augurandole buongiorno. Era bello fare lo stupido. Era bello starsene così lontani da casa e da sé stessi. Solo stando lontani da sé stessi si può pensare di essere proprio sé stessi.

Per un paio di giorni piovve. Scrissi molto e quello che mi sorprese fu che non gettai via quasi nulla. Il brutto tempo mi aiuta sempre a scrivere. Poi tornò il sole e la musica. Tornò la confusione sulla spiaggia. Le ragazzine venute dall’interno per vendere il proprio corpo e cercare sogni di felicità. Poi tornò tutto. E io non andai più a trovare Yania. Non c’era più bisogno.


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Yoani, Agosto 2009 (italiano)
post pubblicato in Diario, il 23 settembre 2009

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Gordiano Lupi. Muore Juan Almeida. Fidel Castro è ancora più solo
post pubblicato in Diario, il 18 settembre 2009

tratto da TellusFolio > Oblò cubano

Juan Almeida (nella foto, con Fidel Castro) se n’è andato per un infarto. Gli uomini e le donne che hanno fatto la rivoluzione cubana stanno lasciando solo Fidel, uno dopo l’altro. Juan Almeida era un padre storico della patria, un combattente rivoluzionario della prima ora, un uomo coraggioso e leale che ha lottato sulla Sierra accanto a Che Guevara. Juan Almeida Bosque, vicepresidente del Consiglio di Stato di Cuba, numero 3 del regime, è morto all’Avana all’età di 82 anni.  Fu uno dei primi a seguire Fidel Castro nel colpo di stato del 1952 e fu sempre in prima linea nei combattimenti al fianco del capo della rivoluzione, ha ricordato il governo cubano in una nota, proclamando per per il 13 settembre una giornata di lutto nazionale. I cubani sono stati invitati a rendere omaggio al vicepresidente nel Memorial José Martí in ogni luogo dell’isola. Almeida, la cui salma non sarà esposta, secondo la sua volontà, sarà sepolto con gli onori militari nel Mausoleo del III Frente Oriental Mario Munoz Monroy in data da stabilirsi. Per un destino strano della storia e per il gioco ironico della vita, il figlio di Juan Almeida, che porta il suo stesso nome, è un dissidente che è stato arrestato il 6 maggio scorso mentre cercava di raggiungere la famiglia negli Stati Uniti. Ha scritto Memorie di un guerrigliero cubano sconosciuto, che Yoani Sánchez ha definito «il racconto di un testimone stravagante: uno che frequentò coloro che ci spingono al sacrificio mentre conducono una vita di piaceri e di eccessi». Sempre di lui Yoani ha detto: «Il suo cognome fu un’aggravante, perché gli fecero pagare il fatto di non essere all’altezza epica che tutti si attendono dalla prole degli eroi».

La morte di Juan Almeida mi impone una riflessione sul personaggio di Fidel Castro, un uomo complesso che può essere reso semplice solo dall’odio anticomunista tipico dei nordamericani e dal rancore degli esuli cubani. All’opposto, molti comunisti di tutto il mondo lo idealizzano come un cavaliere senza macchia e senza paura. Chi ha fatto la rivoluzione al suo fianco lo adora e lo rispetta, molti hanno governato Cuba con lui, hanno fatto una rivoluzione di giovani che è invecchiata con loro. Il fascino che Fidel sprigionava sui giovani nel 1970, adesso si è svaporato con le nuove generazioni che conoscono la rivoluzione cubana dalla propaganda televisiva e dai libri di scuola. Fidel Castro resta uno dei personaggi latinoamericani più importanti della storia, insieme a Quetzacoatl, Colombo e Bolivar, perché è il primo rivoluzionario che ha portato un paese ispanico a un’organizzazione sociale moderna. Per raggiungere lo scopo ha utilizzato il totalitarismo carismatico e per molti anni ha avuto il suo popolo accanto. Adesso non è più così, perché Cuba è un vero e proprio Stato di Polizia, i cubani sono sempre più indifferenti alla politica e se ne tengono lontani, soprattutto non si illudono che la rivoluzione risolva i loro problemi. Fidel è riuscito a coniugare per anni idealismo e pragmatismo, non dimenticando mai il pane per la gente comune, mentre adesso si registra una totale assenza di collegamento tra le masse e chi le governa, pare quasi che la rivoluzione non conosca i problemi del popolo. Fidel ha sempre amato il contatto con la gente semplice, è un uomo che viene dalla campagna, nato e cresciuto in un’azienda agricola che ha studiato economia agricola per fondare a Cuba un’economia di quel tipo. Negli anni Settanta e Ottanta lo vedevamo sempre negli uffici, nei posti di lavoro, in mezzo alla gente per dare conforto e spingere a lavorare meglio. Tutto questo è andato scemando con il passare degli anni e si è accompagnato alla crisi del blocco comunista, quando la scelta della monocultura della canna da zucchero si è rivelata un errore. Adesso che la canna da zucchero non è più una ricchezza, servono altre risorse da turismo e industria.

Fidel ha sempre usato il potere per scopi rivoluzionari, come si nota da una serie di frasi che amava ripetere negli anni Sessanta: «Amo la rivoluzione come un lavoro, come un pittore, uno scultore, uno scrittore può amare il suo lavoro. Voglio che la mia opera abbia un valore perenne. La rivoluzione è un’arte, pure la politica è un’arte, la più importante, credo. La rivoluzione è il bene, tutto il resto è il male. Mi sono sentito un uomo solo grazie alla rivoluzione». Fidel ha cercato di costruire un mondo utopistico dove “a ciascuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni”, non è mai stato un ortodosso e ha sempre rivendicato il suo diritto di costruire a Cuba il comunismo che riteneva più opportuno. Nel corso degli anni l’utopia cubana ha parlato di alloggi gratuiti, trasporto gratuito, telefono gratuito, teatro gratuito, cinema gratuito… ha cercato di creare un uomo nuovo che non lavorasse per denaro e per incentivi economici, ma per costruire una nuova società comunista. Ha fallito in pieno, se mai è stato vero che l’ha voluto fare, perché ancora oggi a Cuba mancano fogne, edifici per abitazione, generi alimentari e prodotti di prima necessità. In compenso è vero che non esiste villaggio dove non ci sia una scuola, un dispensario, un ospedale o un’industria. La rivoluzione cubana è stata un processo complesso, antiborghese, che voleva migliorare le condizioni di vita del popolo. Oggi possiamo dire che non c’è riuscita, senza timore di smentita, ma non siamo in grado di dire se Fidel ci abbia provato davvero, oppure se ha messo in piedi un meccanismo studiato a tavolino per rivestire di ideologia la sua sete di potere. Adesso da Cuba non scappano più i ricchi e i borghesi (non ce ne sono), ma solo tanti disperati in cerca di un futuro dignitoso che corrono il rischio di morire in mare divorati dagli squali piuttosto che continuare a vivere un orribile quotidiano. Fidel è riuscito a far accettare ai cubani un governo totalitario perché a Cuba non c’è mai stata una vera democrazia. Ai tempi di Batista la stampa era succube di governo e industria, le elezioni erano confronti politici fraudolenti vinte dai personaggi più disonesti, il capitalismo e la libertà economica arricchivano pochi cubani e tenevano il popolo nella miseria. I cubani non sanno cos’è una democrazia liberale perché non l’hanno mai conosciuta, per questo Fidel non ha avuto difficoltà a privarli di diritti fondamentali che non hanno mai avuto. Il Comandante ha sempre concepito la democrazia come investitura popolare, del tipo “lui parla alla folla e la folla applaude”, ma non è così che funziona nelle vere società liberali. D’altro canto va detto che ha realizzato l’uguaglianza sociale tra bianchi e neri e ha cercato di elevare i poveri a un livello più dignitoso, costruendo una rivoluzione sociale che ha trasformato Cuba in modo profondo e irreversibile. Oggi che il blocco comunista è caduto e che gli Stati Uniti hanno un governo guidato da un presidente democratico, è auspicabile un cambiamento di rapporti e un avvicinamento delle due nazioni. L’antiamericanismo di Fidel e le sue sfuriate contro l’imperialismo yankee non derivano dal marxismo-leninismo, ma dal nazionalismo cubano e dalla volontà di difendere la sua rivoluzione dalla minaccia nordamericana. In ogni caso la rivoluzione cubana ha fallito da un punto di vista economico, le città sono trasandate, cadenti, spartane, le strade sono piene di buche, i palazzi cadono a pezzi e hanno le mura screpolate da incuria e cicloni. Abiti e generi alimentari sono sempre più razionati, la tessera del razionamento alimentare è un’istituzione che non accenna a decadere e ha subito maggiori restrizioni con il periodo speciale, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco socialista. Gli appartamenti non bastano a soddisfare le esigenze abitative e si vive in case sovraffollate dove convivono più generazioni. Le medicine scarseggiano, pure se ci sono buoni medici e la sanità di base è garantita per tutti. Al momento lo scontento non pare alimentare ribellioni e Fidel ha sempre avuto gioco facile nella manovra di isolare i pochi oppositori che hanno il coraggio di esprimere parole di dissenso. Fidel è sempre stato un personaggio ingannevole, sfuggente, misterioso, solitario; chi lo conosce bene dice di lui che è un uomo emotivo, volenteroso, arrogante, di sicuro onesto, coraggioso e idealista. Ha sempre creduto di essere un democratico, perché ritiene di aver agito con il potere conferito da un’investitura popolare. Il personaggio resta un enigma, di sicuro è un uomo che ha vissuto per il potere e forse è vero che ha tradito gli ideali della rivoluzione, ma a suo modo di vedere l’ha fatto solo per salvarla. «Non voglio scrivere la storia, voglio farla. E la cosa più importante che ho fatto è questa rivoluzione» ha detto negli anni Settanta. Ha governato a stretto contatto con le masse e per molti anni la maggior parte del popolo si è schierata senza riserve dalla sua parte, ma adesso non è più così vero, anche perché lui si è messo da parte. Fidel Castro morirà nel suo letto, nonostante infausti presagi che molti hanno espresso nel corso degli anni, ma le sue idee resistono nel tempo e vengono portate avanti dal fratello Raúl. Non resta che attendere per vedere che cosa diventeranno e se la rivoluzione dimostrerà la forza di adattarsi ai tempi che cambiano. La speranza è che non diventi attuale la frase di Simon Bolivar: «Servire la rivoluzione è come arare il mare».




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Figlio di Castro beffato in chat love story con una finta donna
post pubblicato in Diario, il 15 giugno 2009

Per otto mesi un prankster di Miami ha fatto credere al 40enne rampollo del Lider Maximo di essere una colombiana di nome Claudia. "L'ho fatto per dimostrare che a Cuba i privilegi come internet esistono solo per i potenti"

La storia è nota: uomo conosce donna su internet. Lui la corteggia, lei si rivela disponibile. Lui vive a Cuba, lei in Colombia. Superati i primi convenevoli la relazione, esclusivamente online, assume sfumature un po' piccanti e dopo otto mesi di scambio di mail e fotografie si fa urgente la necessità di un incontro. L'unica differenza rispetto alle solite storie d'amore nate sul web è che lui è il figlio scapestrato e playboy di Fidel Castro e lei, Claudia, non è una bella donna ma Luis Dominguez, un hacker di Miami che ha messo in forte imbarazzo il governo cubano.

Così, mentre a Cuba l'accesso a internet continua ad essere negato alla maggior parte dei cittadini, Antonio Lothario Castro, questo il nome del figlio del "lider maximo" chattava tranquillamente dal suo Blackberry con la presunta colombiana Claudia. Il fidanzamento di lunga data di Lothario, noto in patria come il playboy della famiglia Castro, non ha impedito al quarantenne di invitare la bella Claudia a Cuba. Ma è proprio lì che il gioco di Luis Dominguez è venuto alla luce.

Quella che sembrava la classica love-story su internet, fatta di email e conversazioni romantiche e piccanti via chat, era in verità solo un bluff orchestrato da un abile "prankster" per mettere in ridicolo il governo cubano. Non a caso la vicenda ha suscitato grande ilarità nella comunità americo-cubana del sud della Florida.

Dominguez, che è nativo di Cuba, ha raccontato di aver organizzato la "beffa" per mostrare l'ipocrisia di un Paese i cui governanti si concedono dei lussi a cui il popolo non ha accesso. "Mentre a molti cubani era vietato l'accesso agli internet caffè dell'Avana, lui aveva un Blackberry e un accesso illimitato a internet", ha spiegato Dominguez al Miami Herald, che oggi pubblicava una trascrizione delle conversazioni via chat fra Claudia e Lothario.

In questi scambi Castro, che ha utilizzato il nickname di Tonycsport, parla di fine settimana trascorsi nella nota località turistica di Varadero a Cuba, di acquisti di capi d'abbigliamento griffati e dei suoi viaggi intorno al mondo come medico della squadra di baseball cubana. E invita caldamente Claudia a raggiungerlo a Cuba, nonostante sia ufficialmente fidanzato con una 26enne produttrice televisiva.

L'idea dello scherzo è nata quando Dominguez ha visto in televisione Lothario Castro al seguito della squadra cubana di baseball a Cartagena, in Colombia. "Il pubblico lo trattava come una star, tutti volevano fare una foto con lui, soprattutto le belle donne", ha spiegato Dominguez al Miami Herald. "E' così che ho capito che avrei potuto avvicinarlo fingendomi donna".


da la Repubblica online

«Cuba muore di fame»
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2009
L’AVANA — Maggio 1980. Sulle spiagge di Key West — piccola iso­la nel Golfo del Messico vicino alla Florida — sbarcavano in continua­zione migliaia di cubani «desesperados» fuggiti dall’Isola per sottrarsi al regime di Fidel Castro. Una traversata che durava dieci o quindici gior­ni su battelli e pescherecci di modesto calibro, non adatti ad affrontare la furia dell’Atlantico. Ma all’approdo i fuggiaschi urlavano di gioia con quel poco di voce che gli era rimasto ed esibivano cartelli su cui stava scritto a caratteri cubitali «Abbasso Fidel» e «Viva Carter». Cor­rendo grossi rischi, avevano raggiunto il para­diso americano. Successivamente, molti di quei sedicimila profughi, delusi o semplice­mente vinti dalla nostalgia, sarebbero tornati a Cuba.

Ora, dopo l’apertura nelle scorse settimane del presidente Obama che ha allentato le restri­zioni per i viaggi nell’isola e la disponibilità al dialogo da parte di Raúl Castro, fratello di Fidel che in effetti gestisce il potere, sono in molti a chiedersi quali siano in realtà le condizioni di vita a Cuba e se nel cuore dei suoi abitanti per­sista ancora come ultima soluzione la fuga ver­so gli Stati Uniti. Una risposta me la dà senza esitazione uno studente di vent’anni, Daniel, che dice: «Se potessi, me ne andrei domani». continua...

da Corriere della Sera
di Ettore Mo

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