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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Un sapore aspro
post pubblicato in Poesie, il 20 gennaio 2008
Quando la pioggia smise di cadere la città tornò alle sue voci.
A quelle delle automobili americane,
a quelle delle femmine in cerca di turisti.
I bicchieri si riempirono di nuovo.
La musica scese in strada,
scivolando dalle finestre,
dalle porte.
I vecchi ripresero i tavolini di fortuna,
le sedie gettate,
per iniziare nuove partite di domino.
Ricardo aveva comprato delle arance e un cd di Bebo Valdes.
Maria lavava le mutandine di cotone,
quelle gialle così spiritose.
Un piccolo cane mezzo scemo prese a correre nelle pozzanghere,
Fidel alla tv salutava tutti.
Due americani finocchi e pieni di soldi stavano al Cafè Fiat,
contrattavano cercando intorno con lo sguardo.
Le ragazze dei negozi si pettinavano i capelli,
l’aria era piena di elettricità.
Tutto sembrava respirare di nuovo e perdersi.
I giovani attivisti del Partito elogiavano i risultati della Rivoluzione.
Mentre le sorelle dovevano succhiare il cazzo a italiani e spagnoli per sopravvivere.
Tutto aveva un sapore,
aspro,
di finzione e fallimento.



Le donne non hanno tutta quest’anima
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2008
Avevo bevuto e fumato troppo quel giorno. I sigari mi annerivano le labbra, era così. Fumavo Toscanelli al caffè all’Avana. Siamo preda delle nostre stupide passioni, senza scampo.
Me ne stavo seduto sul gradino spaccato d’un portone, sotto il portico al Malecón. La notte era luminosa e calda. Giocavo col fumo del sigaro. Lo passavo sulla lingua prima di soffiarlo via.
Il vecchio s’era fermato per pisciare. Parlava da solo e rideva. Mi chiese da bere.
Aveva due buste di plastica piene di roba, credo fossero tutti i suoi averi. Magliette, libri, qualche bottiglia vuota. Comprese subito che ero italiano e tirò fuori un libro di Eco. Me lo indicò ridendo e mangiando le parole come fanno gli ubriachi.
“Perché hai quella faccia triste, figlio?” mi chiese.
“Non ho la faccia triste”.
“Faccia triste e bugie. Sei ridotto davvero così male?”.
“Ti ho detto che non sono triste. Bevi vecchio” dissi passandogli la bottiglia che tenevo nello zaino.
“Grazie figlio, bevo. È roba buona questa”.
Mi chiese da fumare, gli diedi delle sigarette che portavo sempre con me.
Presi la bottiglia, ne pulii la bocca col palmo della mano. Diedi un sorso.
“Non c’è niente di male ad essere tristi, figlio. È un male se permetti alla tristezza di sconfiggerti”.
Lo guardai. Sul volto non aveva alcuna espressione di biasimo o di derisione. Sembrava distratto dalle sue buste. Tirò fuori ancora un libro. Lesse dei versi. Erano di un poeta uruguaiano. Suonavano del tipo che le donne sono la cosa più bella del mondo per tirarci dentro l’inferno. Che dobbiamo amarle però, se non vogliamo vivere da subito, anche da vivi, in un inferno anche peggiore.
“Sembra che tu la sappia lunga” gli dico.
“Come tutti i vecchi, figlio. Come tutti i vecchi. Ho amato molte donne e provato molte delusioni”.
“Sai che c’è vecchio, stavolta ci credevo. Insomma mi ero innamorato”.
“Ci s’innamora mille volte nella vita, figlio”.
“Ti sbagli. Ti possono piacere mille donne. Le puoi sognare tutte e mille, ci puoi pure piangere. Ma non certo amarle. Ti parlo di qualcosa di diverso. Non della solita mulattina tutto pepe che ti lascia per uno stronzo più in grana di te”.
“Diavoli del cielo mi parli d’amore?”.
“Tu non sei mai stato innamorato, vecchio?”.
“Sì. Adoravo Lisa. Non ero più un ragazzino ed ero già stato sposato, insomma avevo avuto le mie storie. Eppure dal primo giorno che la conobbi provai qualcosa di diverso”.
“Ti mancava l’aria a stare senza di lei? Avevi timore che avesse troppo caldo o troppo freddo?”.
“Be’, sì. E tante altre cose. Era molto bella, impazzivo per la sua bellezza, ma quello che adoravo di lei era altro”.
“Cosa?”.
“È difficile da dire. Potrei pensare la sua luce. La dolcezza che emanava, l’odore del suo corpo. Avevo voglia di fare dei figli con lei, di avere dei ragazzi con quella luce negli occhi”.
“Però ti tradiva?”.
“Sì, ma non è come credi, figlio mio. Non è come credi”.
“C’è poco da capire. Ti tradiva e la cosa ti rendeva geloso. Vi conosco voi cubani”.
“Ti sbagli. Non era quello a ferirmi. Non mi feriva che un’ora prima di vederci avesse scopato con qualcuno. Non ne ero felice, naturalmente. Mi feriva con le sue bugie. Che mi dicesse di aver fatto altro. Ma io lo sapevo da tempo  che si vedeva con degli uomini”.
“E cosa hai fatto, vecchio?”
“Ho cercato di farmelo dire. Volevo semplicemente sentirlo dalle sue labbra. Avrebbe significato molto per me. Avrebbe significato che però mi amava. Ma niente, non è mai riuscita a dirmi qualcosa che non sapessi già. Lei non lo capiva, ma con quel silenzio mi feriva a morte. Non certo col suo passato o per aver succhiato qualche cazzo di negro”.
“Le chiedevi troppo. Le donne non hanno tutta quest’anima. Sono solo istinto. Non avrebbe mai potuto comprendere quel tipo di dolore. Non avrebbe potuto capire che nella bugia stessa c’è il tradimento, non certo nelle cosce aperte. Un dolore sconosciuto alle femmine”.
“Che è il dolore più forte però, figlio”.
“Che è il più forte, vecchio”.
Gli regalai la bottiglia prima di andarmene verso l’Avana vieja.
Lo sentii vomitare, allontanandomi nella notte.


Seduta con culo tutto sporgente
post pubblicato in Diario, il 4 gennaio 2008
Pensavo tra me e me che quella negra fosse scopabile. Insomma: niente di eccezionale ma il culo e le tette sembravano sode. Il viso poi era bello. Pensare di scoparsi ogni sera la mulattina diciottenne era una stronzata. Dovevo adattarmi, era anche una questione di soldi quella.
La negra era pure simpatica. Con la scusa della sigaretta d’accendere già parlava con me.
Io ero là che le toccavo un ginocchio, lei che mi parlava all’orecchio abbracciandomi come una moglie piena di voglie. Dopo venti minuti che l’avevo vista stava con la mano sul mio pacco. Nel locale dico, con la musica che batteva nei timpani. Reggaeton su reggaeton.
“Averti vista prima ti avrei fatto subito la corte” le dissi.
“Non mi hai mica fatto la corte. Mi hai solo fatto capire che volevi scoparmi”.
“Be’, mi sembra giusto quello che dici. Non molto gratificante nei miei confronti ma vero”.
“Che significa gratificante? Non parlo italiano mi vida”.
Quando uscimmo dal locale pioveva. Faceva un caldo che mi sudava il culo, le mutande nel culo intendo, ma pioveva. Lei mi stava attaccata. Alzò la voce col tipo del parcheggio che voleva chiedermi troppo come mancia. Mi aveva visto ubriaco e con la donna. Faceva solo il suo mestiere.
Il pappone mi domandò se volevo un passaggio fino a casa. Io avevo già un amico che mi aspettava, uno di cui mi fidavo.
Appena saliti in macchina la negra iniziò a leccarsi un dito dicendo che aveva voglia di cazzo. Poi prese a strizzarsi le tette. L’amico alla guida mi disse in italiano di stare attento. Quella gli sembrava una tipa sveglia, uno squalo. Non come le ragazze che di solito mi presentava. Anche lui faceva solo il suo mestiere.
Mentre salivamo sulle scale dell’appartamento si tolse le mutandine e mi fece vedere la fica.
Era deliziosa. Quasi completamente rasata, dal disegno bellissimo. Sembrava la fica di una ragazza molto più giovane. Aveva l’aria di saperlo e sembrava ridere del mio stupore. Della mia voglia.
Avevo bevuto parecchio, ma non tanto da stare moscio davanti a quello spettacolo. La baciai in bocca, sapeva di fumo e rum. Niente di male.
Appena in casa presi a leccarla sul collo, sotto le ascelle. Profumo senza pretese e sudore. Ancora niente di male.
Sapeva esattamente cosa fare. Sembrava leggermi nel pensiero. Mi chiese dove fosse il bagno e se volevo vederla pisciare.
Sedette sulla tazza e senza grandi discussioni prese a succhiarmi il cazzo, mentre ci dava sotto a pisciarsi tutta la roba bevuta. Continuò a masturbarmi anche mentre si lavava la fica sul bidè. Seduta con culo tutto sporgente.
Fuori continuava a piovere. Non avevo mangiato nulla dalla mattina e cercai delle patatine fritte. Lei nel mobile trovò una bottiglia di rum e prese a dirmi porcate. Per 50 CUC avrebbe passato tutta la notte con me.
La cosa mi andava. Chiese di fare una telefonata, al suo amico. Lo avvertiva di passare alle dieci della mattina seguente.


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