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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Cubanita
post pubblicato in Diario, il 22 agosto 2007
E quante parole mi diceva quella donna. Dico migliaia di parole. Fitte, brevi e piene di sensi sconosciuti e chiari. Quante parole. Mi raccontava della sorella Juanita che al mattino scopava con gli uomini del villaggio, così. Per semplice onesta passione. E la sera piangendo si confessava da padre Alves, un prete argentino amante del vino rosso e delle vergini bionde. Oppure di Montego, il signor Montego mi diceva. Proprietario di una fattoria ai piedi delle colline verso sud, produceva un latte che sembrava toccato dalla magia di qualche santo del posto per quanto era dolce. Buono. Ma poi si scoprì che ci scioglieva dentro uno strano zucchero di canna, bianco. Un zucchero che gli regalava la mamma della moglie, una cubana tutto pepe e sguardi sensuali. Tutte curve e dal culo ballerino. E difatti quando lo moglie lo trovò nel granaio, alle prese con il culo negro della cubana, lo inforcò senza pensarci su e sputò in faccia alla madre chiamandola puttana. E proprio la puttana poi iniziò a fare, la moglie tradita dico. E divenne la più ricercata puttana della città. Con quella bellezza plebea, con quella forza d’animo ambigua e dominante che tanto piace all’uomo da bordello.
Quante storie, quante parole. Ed io l’amavo per questo. Per come raccontava e per come mi baciava. Senza ritegno. Più volgare di un uomo. Mi chiedeva di scoparla perchè aveva voglia. Mi diceva amore bastardo riempimi di te. Non so come fai ma il tuo cazzo è sempre più grosso. Sarà che prende conoscenza del mio corpo e si fida sempre di più, ma è sempre più grosso. E più duro. Allora scopami. Fammi partorire, dammi orgasmi e mocciosi a cui pulire il culo. Fai vedere a tutti che io sono tua. Ed allora la prendevo. Come avrei potuto resistere, come avrei mai potuto. Sono un uomo semplice, di carne e sangue. Privo di quelle ascetiche qualità di cui qualcuno si loda. A lei poi non resistevo certo, neanche ci provavo. Così convinto che il sesso sia una delle poche maniere per conoscersi. Allora la prendevo. Passavamo delle notti sudate sotto l’aria agitata dei ventilatori russi, che fischiavano. Fischiavano. Mentre la baciavo, mentre la prendevo, i miei sensi si torturavano dell’idea dell’abbandono e mi spingevano ad essere cattivo. E quindi a mia volta a torturare la sua carne. Con schiaffi. Cinghiate sul culo. Con il solo risultato di sentirla urlare di piacere. Mi mordeva le labbra come una selvaggia. Diceva d’amarmi mentre da dietro la prendevo come una cagna. E cagna le dicevo di essere. Una cagna sculettante in preda ad un calore continuo. Così volgare da andare ben aldilà delle sue origini di mulatta avanera. Quando ero stravolto ed il mio seme tutto nelle sue viscere da puttana io continuavo. Con le mani. Con le dita frementi e la bocca. La lingua si faceva largo nella sua fica caraibica, muoveva i fianchi con un fare bugiardo. Fingeva di allontanarsi. Come toccata da una pudicizia miracolosa dopo ore su sudori e orgasmi. Ma era una finzione di comodo. Un rapido interludio alle sue voglie infinite.
Poteva capitare che le dicessi che volevo sposarla. Che volevo quella fica tutta per me e per sempre. Qualche volta credo di averle detto che l’avrei portata in europa. Allora lei al mattino seguente, quasi sempre mentre mi portava quel caffè forte e nero come le sue gambe, mi diceva davvero mi ami? Perchè vedi non si dicono tante bugie quanto a letto oppure per soldi. Figurati quante se ne dicono con chi vai a letto per soldi allora, le facevo notare preso dal mio bizantinismo. Allora mi guardava e dovevo tenermi quel broncio magro ed ossuto che m’accompagna per tutto il giorno. Fino a quando, dopo un paio di bicchieri di rum, non allungava la mano verso la patta dei miei pantaloni e mi diceva papi facciamo pace. Ho troppa voglia di scopare. Mi tolgo il velo bianco dalla mente ma tu sfilati i pantaloni.

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permalink | inviato da nix il 22/8/2007 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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