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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Quanta luce
post pubblicato in Diario, il 23 agosto 2007
Quanta luce. Ci cammino dentro. Calle Obispo è più colorata del solito e le puttane più belle. Ma sono io. Oggi mi sento stranamente sereno. Non che le cose vadano meglio di ieri ma la chimica del cervello è strana. La mia di sicuro.
Mi scoppia la testa dalla sbronza però, ho la pelle bruciata dal sole. Devo scrivere, oggi devo scrivere. Non che non abbia qualche idea ma la pigrizia mi batte senza scampo. Torno a casa con la busta di plastica piena di bottiglie di rum e scatole di spaghetti. Ho da fumare sigari italiani e cubani. Mi siedo con il portatile sulle gambe ed un cd di boleros a basso volume. Juanita entra dalla porta aperta e mi dice se può farsi una doccia da me. Nel suo palazzo, a soli pochi metri dal mio, non hanno acqua da due giorni.
“Ma non venire a spiarmi mentre sono nuda”, mi dice con quall’aria da mulatta in fiore.
“Juanita devo lavorare, vedi di lasciarmi stare per favore”.
“Va bene, va bene”, e sorridendo entra in bagno.
La sua voce sotto l’acqua si mescola alla musica. Non mi da fastidio però. Pensare che è là, nuda a pochi metri da me, mi aiuta a scrivere. Non so perchè ma è sempre stato così. Forse è l’energia sprigionata dalle femmine. Non lo so. Ma è una cosa che ho sempre avvertito. Mi preparo un cubalibre leggero. Ci do sotto con i tasti. Da tempo ho in mente una storia. Un giovane scrittore che ne incontra uno famoso. Un cubano di quelli pubblicati in tutto il mondo. Ma non lo riconosce e lo aiuta con l’auto in panne. Il giovane ci scrive sopra un racconto, lo pubblicano per la prima volta. Ma anche il cubano famoso dall’altra parte del mondo fa lo stesso. Dopo anni si ritrovano, si riconoscono. Il cubano è malato. Vicino alla fine. Passano la notte analizzando i due racconti, quasi uguali. Ci bevono sopra tanto di quel rum e ci fumano. Magari c’infilo una puttana, una moglie morta. Non so come finirlo il racconto, ma prima di iniziare a scrivere qualcosa non so mai dove andrò a parare. Mai.
Juanita mi passa davanti con i capelli bagnati. Un pantaloncino che le copre appena il sedere ed un top rosso. É provocante, ma davvero ora non sta cercando di esserlo. Lo è naturalmente. Senza calcolo.
“Come va il libro?”.
“Sono indietro con i tempi. Credo non ci sia cosa più difficile che programmare delle scadenze per me. Quando lavoro è perchè sono senza grana o perchè l’editore ha minacciato di rompere il contratto se non mi sbrigo”.
“E stavolta qual’è il motivo?”.
“Tutte e due”.
“Sei un italiano tutto genio e sregolatezza, proprio come noi cubani”, mi dice cantando un sorriso.
“Io solo sregolatezza”.
Esce sul balcone per far asciugare i capelli. Si accende una sigaretta e si sporge a guardare di sotto. Marcos è come sempre alle prese con la sua Buick. Semiasse rotto stavolta. Un lavoro d’inferno con questo caldo ed i pezzi di ricambio da inventare, adattare, costruire.
“Hai finito anche il sole a casa tua? Devi per forza girarmi sotto gli occhi con quel culetto Juanita?”.
“Ahah mi amor, la prossima volta che vengo lo lascio a casa visto che me lo chiedi. Pensavo che se vuoi ti cucino qualcosa. Così, mentre lavori. Dai non ti darò fastidio, promesso. Mi piace guardare quando scrivi con quel coso”.
“Fammi una cortesia prima, porta una bottiglia d’acqua a Marcos, prendi quella in fresco. È sotto quel ferrovecchio da stamattina. Si starà sciogliendo al sole quel negro cocciuto. Chiedigli se poi ci raggiunge a pranzo.”.
“Sì papito, sì”.
“Juanita, ho dei camarones in frigorifero. Li sai cucinare?”.
“Certo che li so cucinare. Conosci una cubana che non sappia fare dei camarones al ajillo?”.

“No credimi. È solo un lavoro pesante, direi noioso. Ma cambiare un semiasse è roba da ragazzi”, mi dice Marcos mentre mangiamo lo squisito piatto di Juanita, “Insomma ci vogliono molte ore per smontare tutto: questo sì. Ma la saldatura e il rimontaggio non sono una cosa complicata”.
“Non hai un amico meccanico? Mi ricordo quel tipo che andava in giro con quella tuta di jeans tuttastracci”.
“Sì, sì. Chiamalo amico. Mi ha chiesto trecento pesos. È un amico solo quando c’è da mangiare e bere. Figurati che mio padre era un amico d’infanzia del suo. Insomma la mia famiglia e la sua sono quasi imparentate ed il tipo mi chiede trecento pesos”.
“Forse lo ha fatto perchè sa che li hai Marcos”.
“O forse perchè ti sei scopato per mesi la sorella”, dice Juanita in preda al sorriso.
“Bhe, non ci avevo pensato. Ma mica l’ho trattata male. Anzi le donne che escono con me non si lamentano mai. Lo sapete che mi piace andare in locali di una certa classe. E comunque solo un coglione considera queste cose tra amici. Anzi ora che me lo fai venire in mente pensò proprio che la cercherò di nuovo, quella negretta era un tipetto niente male”.
Ridiamo tutti mentre la mulatta mezza nuda che mi gira per casa ci versa rum e ghiaccio.



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permalink | inviato da nix il 23/8/2007 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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