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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Aspirine e pollo fritto
post pubblicato in Diario, il 25 agosto 2007
La mattina si apre al cielo con un calore infernale. I negozi stanno appena alzando le serrande ed io già sudo. Ho la camicia aperta sino al petto ma l’aria è calda, immobile. Ferma sopra di me, intorno a me. Come se mi fossi tuffato in un forno appena acceso l’aria sembra ruggire. Una classica mattina d’estate caraibica.
Quello che puoi fare è resistere, non abituarti. Come alla merda della vita insomma. Puoi resistere, anche meglio di altri magari, con più palle, con più stile. Ma abituarti non è roba da uomini di questo mondo. Io resisto allora, non mi lamento. Sarebbe fatica inutile farlo, ancora sudore su sudore.
Andarmene a piedi per la città vecchia mi piace. Mi muovo dentro l’ombra di palazzi decadenti, pitturati da poco con colori accesi ed ambigui. Cerco di tanto in tanto un bar dove bere qualcosa.
Mi hanno parlato di una farmacia illegale dove trovare un po’ di roba,  poi devo spedire delle lettere, insomma piccole cose. Mi piace muovermi nei vicoli dell’Avana vieja e ripensare alle raccomandazioni di Yhoan.
“Se vuoi ti accompagno socio, là gira di tutto, è pieno di stronzi che azzannerebbero la madre”.
Io giro tranquillo, lui è un po’ melodrammatico ma è un amico. Lo capisco però. Giro tranquillo con le puttane che mi propongono di fare qualcosa. Con i tipi vestiti da rapper costaricani che vogliono vendermi erba da fumare. Insomma ci sto dentro a questa situazione e con tutta la mente attenta a non farmi fottere. Finalmente trovo la strada dove vendono medicine europee. Addirittura roba italiana, con le scatole originali dico. Tutto preciso insomma. Costano un tot anche solo le aspirine, ma non me ne fotte nulla. Parlo con un tipo, gli dico chi mi manda e si fida. Mi porta dentro una stanza piena di scaffali e scatole, compro quello che voglio. Aspirine e pasticche per i dolori mestruali. Ho delle amiche giovani, lo so che sarà un regalo gradito. Me le chiedono talvolta queste cose. Dopo che le conosco un po’ vincono quello strano pudore e me le chiedono. Poi compro francobolli e penne e cartoline. Scrivo agli amici, alla famiglia. Ognitanto lo faccio, magari mezzo sbronzo che la cosa aiuta, ma lo faccio. Mi da conforto pensare di avere ancora una famiglia da qualche parte.
 Appena esco, da una specie di ufficio postale pieno di cassette di sicurezza lucide e pulitissime, incontro Carla. Lei è sorridente e mi chiede come sto. È infilata dentro un vestitino di cotone colorato. Il vestito è aderente ed il suo corpo così distrattamente sensuale. La bacio e le dico che la trovo bella, che sta bene insomma.
“Ho incontrato un messicano, è gentile, lavora con il governo e mi tratta bene”.
I messicani mi stanno sul cazzo le dico, ma forse è solo perché sono geloso di lei che è la donna più bella dell’Avana.
“Sei un italiano bastardo”, mi dice ridendo, “solo voi sapete parlare così ad un donna. Quando vi siete scocciati siete come gli altri sia chiaro, ma prima no.  Prima siete i migliori. Dei poeti, ed in genere con un cazzo niente male”.
Le offrò da bere qualcosa, fa un caldo davvero infernale ormai. Il solo scherzare con una donna di questo tipo mi tira fuori ancor di più sudore ed ormoni impazziti. Mi dice che deve scappare ma che la mattina è sempre libera. Insomma il tipo ci lavora all’Avana mica è uno yuma sciupafemmine come me.
La bacio e le prometto di chiamarla una mattina di queste. Ci rimango un po’ male a dire il vero. Mi sarebbe piaciuto se mi avesse seguito a casa. Al fresco del mio condizionatore l’avrei baciata con gusto, ed avremmo bevuto qualcosa. Odio ancora di più i messicani che arrivano qua. Carla senza quello stronzo mi avrebbe proposto qualcosa del genere, con il suo sorriso abituale, con la sua malizia ingenua.
Questa cazzo di città ha tre milioni di persone, non sono uno scherzo dico. Ma quando sei al centro incontri tutti. Tutte le persone che conosci, e che sono in zona, le incontri. Come se vi fosse una sorta di magia che spinge gli amici verso gli amici. Magari è una soluzione della natura utile a sopravvivere, chissà. Sta di fatto che quando sono in quella zona non c’è volta che non trovi qualcuno che conosco e con il quale scambio due parole.
“Carla ma dove devi correre?”, le faccio.
“La sorella del mio ex marito è in ospedale. Noi siamo amiche, anzi lo eravamo ancora prima che mi sposassi quel negro scansafatiche”.
“All’ospedale? Cos’ha?”
“Niente di serio, ti ringrazio. Roba di donne”. Lasciandomi con il dubbio che sia un aborto, qualche nodulo. Non so. La bacio di nuovo. Prometto di nuovo di chiamarla. Le faccio ancora un complimento mentre mi sorride e va via. Ancora una donna che va via mentre desidero altro.
Continuo a camminare per la città, m’impongo un passo lento, non voglio sudarmi anche l’anima sotto il sole infame. Ad un certo punto mi accorgo che una ragazzina mi segue. Prima la vedo da una parte e dopo ce l’ho ancora dietro. E poi ancora. Allora la guardo. Le sorrido. Ma lei si volta, finge di non vedermi. Cammino ancora un po’ e poi mi paro davanti a lei, all’improvviso. La fisso ed apro le braccia, per poi farle cadere lungo i fianchi. Come a dire non ho nulla. Che vuoi? Lei si guarda intorno, poi alza gli occhi verso di me. Fa per dire qualcosa ma prende  solo la mia camicia e me la tira, ma la lascia subito. Vorrebbe parlarmi ma non riesce. Forse si vergogna.
“Che hai piccola? Che cerchi?”, le faccio. Avrà dodici o tredici anni. Una donna in miniatura. Deliziosa. Bella.
“Ma che hai?”
La ragazzina abbassa lo sguardo. Poi mi guarda di lato e mi dice che ha fame. Parla in maniera educata, cortese. È timidissima, malgrado la sua bellezza. Avrà già ragazzi e uomini che la fissano quando cammina, che le parlano cercando di incuriosirla. Ma lei è timida davvero.
“Senti ti do dei soldi. Sei capace di andare a comprarti del pollo fritto magari? Sei capace da sola o vuoi che ti aiuti?”.

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