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avana blog dal sapore di rum cubano e sigari rubati...
Josè Manuel e la pioggia all’Avana Vieja
post pubblicato in Diario, il 28 ottobre 2007
(uno)

Stava arrivando un temporale estivo, con vento e tuoni.
Pedro Juan Gutiérrez, Il Re dell’Avana

Stava arrivando un temporale estivo, con vento e tuoni. Tutta la città sarebbe stata presa a schiaffi dalla pioggia. Aveva pochi soldi in tasca e lo stomaco pieno di rum, di quello fatto dai contadini dell’interno. Roba forte, un vero torcibudella, che toglieva ogni stimolo della fame.
Sul Malecòn(1) la gente iniziava a velocizzare il passo. Si vedevano arrivare dall’orizzonte delle nuvole immense, l’acqua del mare cominciava a scurirsi. Josè Manuel, allora, attraversò la strada per ripararsi sotto i portici dei palazzi. La gente aveva fatto lo stesso, avevano tutti una casa dove andare, un luogo dove dirigersi. Lui, invece, si sedette in terra, guardando il mare che iniziava ad agitarsi. Era di fianco all’ingresso di un palazzo scrostato dalla salsedine, donne e uomini entravano ed uscivano, i ragazzini urlavano.
Guardava tutti affannarsi. Li guardava compiaciuto, correvano come idioti a fare cose poco importanti. Tutto quello non aveva un briciolo di senso, sarebbero morti lo stesso della loro miseria. Avrebbero lo stesso maledetto i figli con non andavano più a trovarli, che non li aiutavano. Molti si sarebbero traditi, quasi nessuno sarebbe stato felice a lungo. Eppure correvano come pazzi.
Una ragazza stava attraversando la strada, dal lungomare si dirigeva verso di lui. Era una mulattina magra, con poco seno e  poco culo, ma aveva capelli lunghi e belli, bagnati di pioggia. Anche il viso era bello, dalle linee eleganti. La ragazza non correva come tutti gli altri, camminava lenta sotto la pioggia. Teneva sulle braccia una scatola di cartone molto voluminosa. Sembrava un po’ in affanno, ma quasi sorridente. Quando le fu vicino Josè Manuel s’alzò in piedi.
“Ciao, se vuoi ti aiuto, magari mi regali qualche sigaretta se ne hai”.
La ragazza fermandosi lo squadrò da capo a piedi, senza parlare. Poi posò lo scatolone sulle braccia del ragazzo. Con un dito fece segno di seguirla. Entrava nel palazzo.
“Sto portando questa scatola da Calle Obispo, credo davvero che non ce l’avrei fatta anche per le scale. Abito all’ultimo piano”.
Salendo Josè Manuel sbirciava di continuo il contenuto della scatola e il culo della ragazza. Lei gli camminava davanti, sulle scale. Quello non era un culo da negra, sembrava in sintonia con la sua bellezza leggera. La tipa non aveva niente di esageratamente vistoso, ma nell’insieme non si poteva far altro che dire fosse bella. Dentro lo scatolone sembravano esserci barattoli di carne. Riconobbe il colore verde delle etichette, era roba sovietica quella.
Le scale erano uno schifo. Tutti gli angoli erano buoni per pisciarci. Si sentiva pure un distinto puzzo di vomito. Le finestre non avevano più vetri da chissà quanto tempo, l’acqua entrava senza problemi. Dalle porte degli appartamenti si sentiva un gran baccano di musica salsa e di gente che parlava.
La ragazza aprì il lucchetto che teneva chiusa la porta ed entrò. Josè Manuel si bloccò all’ingresso mettendo in terra lo scatolone e spingendolo con un piede verso l’interno. Dopo qualche secondo lei tornò.
“Non startene là impalato, entra.”
La casa non era altro che una stanza. Al centro c’era un letto con delle coperte rosse, in un angolo una specie di bagno separato dal resto con un pannello di legno, in quello opposto un fornello a gas. Però era tutto pulito, tutto colorato. Alle finestre Josè Manuel vide delle tendine gialle e non poté fare a meno che pensare fossero in tono col colore dell’intonaco. Avrebbe giurato anche di sentire un certo odore di pulito, un profumo addirittura. Lui invece si sentì più sporco che mai. Non faceva una doccia da una decina di giorni, la barba lo stesso. Si era tuffato un paio di volte in mare giusto per pulire il culo e tirare via il sudore e lo sporco più evidente.
“Senti se hai quelle sigarette io potrei anche andare.”
“Vai di corsa? Voglio dire tra poco verrà giù minimo una tempesta tropicale e per quello che vedo non hai una casa dove andare.”
Solo allora Josè Manuel  si rese conto che la ragazza era una jinetera(2), non poteva sbagliare. Abitava in una casa dignitosa, malgrado non ci fosse un uomo che vivesse là con lei, non sembrava avere problemi di fame, come invece capitava a tutti nell’Avana del periodo especial(3). In fondo se lui era un miserabile lei era solo una puttana.
“Senti come vedi non ho un soldo, davvero, vorrei soltanto avere qualche sigaretta. Ma se non ce l’hai non fa niente, è stato un piacere aiutarti”, e fece per uscire dalla stanza.
“Ahahah, ma cosa hai capito papi(4)? Non volevo mica niente da te. Io sono una ragazza di un certo livello e lo vedo lontano un chilometro che non ti puoi permettere niente che mi somigli.”
Josè Manuel tornò sui suoi passi. I pugni erano chiusi di rabbia, le braccia tese lungo i fianchi, si voltò verso di lei.
“Ma posso sempre prenderti a calci in culo fino agli scogli. Io sono stato gentile, ti comporti come una stronza invece. Non credere che avere queste quattro cose ti renda migliore di me. Sei solo una puttana da turista, non lo dimenticare.”
“Ah, sei un vero maschio papi! Mi piace. Che tu ci creda o no, davvero, io non volevo essere sgarbata. Solo mi ha fatto sorridere che tu abbia pensato ti volessi come cliente, tutto qua. Sei un bel ragazzo e mi faceva piacere conoscerti un po’. Che c’è di male?”
La ragazza si avvicinò e lo prese per la mano, lo tirò dentro la stanza e con un piede chiuse la porta. Gli stampò un bacio sulla guancia.
“Sei veramente carino papi, un bel caffèlatte come piace a me. Però scusa se te lo dico puzzi da morire. Che ne diresti di lavarti mentre preparo qualcosa da mangiare? E guarda, ho anche una bottiglia di rum buono. Se non hai impegni urgentissimi potremo stare un po’ insieme ahahahah.”
Josè Manuel la guardò negli occhi e vide che rideva senza cattiveria. Pensò di restare allora. Era un secolo che non vedeva un sapone. Dovette fare tre passate complete prima di togliere tutto il sudore, la polvere, il piscio. Dopo essersi asciugato lei gli tagliò la barba. Lo fece sedere sul letto, lo insaponò per bene e tirò via tutta la peluria.
“Lo sapevo papi, che eri ancora più carino. Però mi dispiace non ho un dopobarba.”
Presero a baciarsi in quel momento.
Si mordevano le labbra con una rabbia senza fine. La ragazza era molto delicata ma aveva la forza di una pantera. Lui era parecchio tempo che non scopava, lo aveva fatto con delle puttane del porto. Ma quelle sono vecchie e si tolgono le mutande anche solo per un sorso da bere.
Ora sembrava tutto diverso, lei era una ragazza giovane, profumata. Il seno gli sembrò più bello di quello che aveva immaginato dietro il vestitino a fiori. E neanche il culo era poi tanto male. Nuda era bellissima. La fichetta era completamente rasata e le dava un’aria da bambina che lo eccitava da morire.
Ficcò la lingua nella passera della mulatta e la trovò sudata ed eccitante. Mordeva il grilletto e ci giocava con la punta della lingua, lei gli spingeva la nuca sempre più forte. Aveva la gambe spalancate e diceva porcate.
“Papi, scopami con la lingua. Immagino sia il tuo secondo cazzo. Sì, il mio papi ha due cazzi tutti per me. Scopami, mordimi, fammi sbrodolare tutta. Voglio essere la tua cagna papi, solo tua.”
Lui non aveva mai avuto troppa voglia di parlare a letto, quella volta ancor meno. Ma c’era la ragazza che valeva per due, mugolava dal piacere ma non chiudeva mai bocca.
“Papi... papi... che bella scoperta che sei. I Santi(5) sono stati gentili con me a metterti davanti alla mia porta. Ti prego adesso scopami da uomo... prendimi papi... prendimi...”
Josè Manuel prese la bottiglia ed iniziarono a bere rum. Se lo passavano di bocca in bocca bevendone forti sorsate. Iniziò a scoparla in fica tenendone le caviglie bloccate tra le mani, apriva la gambe della ragazza ed entrava con tutta la forza del suo essere mulatto. Le diede due schiaffi per farla star zitta e lei mugolò ancora più forte. Era una deliziosa cagna tropicale. Pregna di una sensualità animale, folle e terribile.
La girò di scatto e le unse di saliva il buco del culo. Poi ci sputò due o tre volte direttamente dentro, mentre lo teneva spalancato aprendone le natiche con le dita. Lei inarcava la schiena, era pronta al dolore, al piacere. Respirava affannosamente e gemeva. Porgeva il culetto aperto con l’ingordigia della vergine, con la maestria della puttana in fiore.
Bevvero ancora. Poi iniziò quel dolce tormento. Il cazzo di Josè Manuel era maestoso, molto largo e resistente. Lei pianse, le lacrime le bagnarono la lingua eccitandola ancor di più. Il maschio le schizzò dentro, mentre con la mano infilata oltre il fianco la faceva venire dalla fichetta.
Poi dormirono e ricominciarono di nuovo appena svegli. Quando caddero esausti alle prime luci del mattino.
La pioggia continuava a cadere, anche la temperatura era cambiata. I bambini costretti a giocare negli appartamenti e sulle scale facevano una confusione d’inferno.
La ragazza dormiva nuda, solo un lenzuolo le copriva parzialmente il culo. Un braccio penzolava fuori dal letto. Era distrutta dalla fatica e dal rum, lei non beveva mai così tanto. Josè Manuel si guardò intorno. Vide un barattolo rosso tra i libri di uno scaffale. Lo aprì. Era pieno di pesos cubani e dollari. Ne prese circa duecento e si rivestì. Potè farlo con calma, la ragazza ne avrebbe avuto per qualche ora. Stava per andarsene quando pensò che prendere duecento dollari o tutti quelli che c’erano lo avrebbe reso lo stesso un ladro. La ragazza, poi, li avrebbe guadagnati di nuovo in un paio di notti, non ci voleva di più per una bellezza di quel tipo. Tornò al barattolo e prese tutto quello che trovò. Infilandoseli in tasca a manciate uscì dalla porta.
Camminava sotto i portici quando poteva. Non aveva mai rubato prima. Insomma mai rubato ad una persona che conosceva, con cui aveva addirittura passato la notte.
Prese una strada che lo avrebbe portato agli autobus. Voleva andare a Miramar da un vecchio amico, forse poteva trovargli qualche affare.

(continua...)

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1) Malecòn: il lungomare dell’Avana, uno dei luoghi più vivi e trasgressivi della capitale cubana.
2) Jinetera: un tipo particolare di prostituta, molto spesso frequenta per giorni interi il proprio cliente e si comporta come la più amorevole e la più sensuale delle amanti.
3) Periodo especial: il periodo che caratterizzò la fine degli aiuti da parte dell’Unione Sovietica. A Partire dal 1991, in tutta Cuba, la semplice sopravvivenza era qualcosa di difficile da raggiungere. Il nome, periodo especial, si deve alla fantasia di Fidel Castro.
4) Papi: termine generico usato dalle donne cubane per chiamare un uomo di cui non conoscono il nome, ma per il quale esprimono un gradimento di carattere sessuale.
5) Santi: si riferisce ai protagonisti del culto della “santeria”, la religione sincretica caratteristica di Cuba. Un culto che vede l’unione delle credenze cristiane con quelle pagane di origine africana.




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permalink | inviato da nix il 28/10/2007 alle 0:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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