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Gordiano Lupi. Muore Juan Almeida. Fidel Castro è ancora più solo

tratto da TellusFolio > Oblò cubano

Juan Almeida (nella foto, con Fidel Castro) se n’è andato per un infarto. Gli uomini e le donne che hanno fatto la rivoluzione cubana stanno lasciando solo Fidel, uno dopo l’altro. Juan Almeida era un padre storico della patria, un combattente rivoluzionario della prima ora, un uomo coraggioso e leale che ha lottato sulla Sierra accanto a Che Guevara. Juan Almeida Bosque, vicepresidente del Consiglio di Stato di Cuba, numero 3 del regime, è morto all’Avana all’età di 82 anni.  Fu uno dei primi a seguire Fidel Castro nel colpo di stato del 1952 e fu sempre in prima linea nei combattimenti al fianco del capo della rivoluzione, ha ricordato il governo cubano in una nota, proclamando per per il 13 settembre una giornata di lutto nazionale. I cubani sono stati invitati a rendere omaggio al vicepresidente nel Memorial José Martí in ogni luogo dell’isola. Almeida, la cui salma non sarà esposta, secondo la sua volontà, sarà sepolto con gli onori militari nel Mausoleo del III Frente Oriental Mario Munoz Monroy in data da stabilirsi. Per un destino strano della storia e per il gioco ironico della vita, il figlio di Juan Almeida, che porta il suo stesso nome, è un dissidente che è stato arrestato il 6 maggio scorso mentre cercava di raggiungere la famiglia negli Stati Uniti. Ha scritto Memorie di un guerrigliero cubano sconosciuto, che Yoani Sánchez ha definito «il racconto di un testimone stravagante: uno che frequentò coloro che ci spingono al sacrificio mentre conducono una vita di piaceri e di eccessi». Sempre di lui Yoani ha detto: «Il suo cognome fu un’aggravante, perché gli fecero pagare il fatto di non essere all’altezza epica che tutti si attendono dalla prole degli eroi».

La morte di Juan Almeida mi impone una riflessione sul personaggio di Fidel Castro, un uomo complesso che può essere reso semplice solo dall’odio anticomunista tipico dei nordamericani e dal rancore degli esuli cubani. All’opposto, molti comunisti di tutto il mondo lo idealizzano come un cavaliere senza macchia e senza paura. Chi ha fatto la rivoluzione al suo fianco lo adora e lo rispetta, molti hanno governato Cuba con lui, hanno fatto una rivoluzione di giovani che è invecchiata con loro. Il fascino che Fidel sprigionava sui giovani nel 1970, adesso si è svaporato con le nuove generazioni che conoscono la rivoluzione cubana dalla propaganda televisiva e dai libri di scuola. Fidel Castro resta uno dei personaggi latinoamericani più importanti della storia, insieme a Quetzacoatl, Colombo e Bolivar, perché è il primo rivoluzionario che ha portato un paese ispanico a un’organizzazione sociale moderna. Per raggiungere lo scopo ha utilizzato il totalitarismo carismatico e per molti anni ha avuto il suo popolo accanto. Adesso non è più così, perché Cuba è un vero e proprio Stato di Polizia, i cubani sono sempre più indifferenti alla politica e se ne tengono lontani, soprattutto non si illudono che la rivoluzione risolva i loro problemi. Fidel è riuscito a coniugare per anni idealismo e pragmatismo, non dimenticando mai il pane per la gente comune, mentre adesso si registra una totale assenza di collegamento tra le masse e chi le governa, pare quasi che la rivoluzione non conosca i problemi del popolo. Fidel ha sempre amato il contatto con la gente semplice, è un uomo che viene dalla campagna, nato e cresciuto in un’azienda agricola che ha studiato economia agricola per fondare a Cuba un’economia di quel tipo. Negli anni Settanta e Ottanta lo vedevamo sempre negli uffici, nei posti di lavoro, in mezzo alla gente per dare conforto e spingere a lavorare meglio. Tutto questo è andato scemando con il passare degli anni e si è accompagnato alla crisi del blocco comunista, quando la scelta della monocultura della canna da zucchero si è rivelata un errore. Adesso che la canna da zucchero non è più una ricchezza, servono altre risorse da turismo e industria.

Fidel ha sempre usato il potere per scopi rivoluzionari, come si nota da una serie di frasi che amava ripetere negli anni Sessanta: «Amo la rivoluzione come un lavoro, come un pittore, uno scultore, uno scrittore può amare il suo lavoro. Voglio che la mia opera abbia un valore perenne. La rivoluzione è un’arte, pure la politica è un’arte, la più importante, credo. La rivoluzione è il bene, tutto il resto è il male. Mi sono sentito un uomo solo grazie alla rivoluzione». Fidel ha cercato di costruire un mondo utopistico dove “a ciascuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni”, non è mai stato un ortodosso e ha sempre rivendicato il suo diritto di costruire a Cuba il comunismo che riteneva più opportuno. Nel corso degli anni l’utopia cubana ha parlato di alloggi gratuiti, trasporto gratuito, telefono gratuito, teatro gratuito, cinema gratuito… ha cercato di creare un uomo nuovo che non lavorasse per denaro e per incentivi economici, ma per costruire una nuova società comunista. Ha fallito in pieno, se mai è stato vero che l’ha voluto fare, perché ancora oggi a Cuba mancano fogne, edifici per abitazione, generi alimentari e prodotti di prima necessità. In compenso è vero che non esiste villaggio dove non ci sia una scuola, un dispensario, un ospedale o un’industria. La rivoluzione cubana è stata un processo complesso, antiborghese, che voleva migliorare le condizioni di vita del popolo. Oggi possiamo dire che non c’è riuscita, senza timore di smentita, ma non siamo in grado di dire se Fidel ci abbia provato davvero, oppure se ha messo in piedi un meccanismo studiato a tavolino per rivestire di ideologia la sua sete di potere. Adesso da Cuba non scappano più i ricchi e i borghesi (non ce ne sono), ma solo tanti disperati in cerca di un futuro dignitoso che corrono il rischio di morire in mare divorati dagli squali piuttosto che continuare a vivere un orribile quotidiano. Fidel è riuscito a far accettare ai cubani un governo totalitario perché a Cuba non c’è mai stata una vera democrazia. Ai tempi di Batista la stampa era succube di governo e industria, le elezioni erano confronti politici fraudolenti vinte dai personaggi più disonesti, il capitalismo e la libertà economica arricchivano pochi cubani e tenevano il popolo nella miseria. I cubani non sanno cos’è una democrazia liberale perché non l’hanno mai conosciuta, per questo Fidel non ha avuto difficoltà a privarli di diritti fondamentali che non hanno mai avuto. Il Comandante ha sempre concepito la democrazia come investitura popolare, del tipo “lui parla alla folla e la folla applaude”, ma non è così che funziona nelle vere società liberali. D’altro canto va detto che ha realizzato l’uguaglianza sociale tra bianchi e neri e ha cercato di elevare i poveri a un livello più dignitoso, costruendo una rivoluzione sociale che ha trasformato Cuba in modo profondo e irreversibile. Oggi che il blocco comunista è caduto e che gli Stati Uniti hanno un governo guidato da un presidente democratico, è auspicabile un cambiamento di rapporti e un avvicinamento delle due nazioni. L’antiamericanismo di Fidel e le sue sfuriate contro l’imperialismo yankee non derivano dal marxismo-leninismo, ma dal nazionalismo cubano e dalla volontà di difendere la sua rivoluzione dalla minaccia nordamericana. In ogni caso la rivoluzione cubana ha fallito da un punto di vista economico, le città sono trasandate, cadenti, spartane, le strade sono piene di buche, i palazzi cadono a pezzi e hanno le mura screpolate da incuria e cicloni. Abiti e generi alimentari sono sempre più razionati, la tessera del razionamento alimentare è un’istituzione che non accenna a decadere e ha subito maggiori restrizioni con il periodo speciale, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco socialista. Gli appartamenti non bastano a soddisfare le esigenze abitative e si vive in case sovraffollate dove convivono più generazioni. Le medicine scarseggiano, pure se ci sono buoni medici e la sanità di base è garantita per tutti. Al momento lo scontento non pare alimentare ribellioni e Fidel ha sempre avuto gioco facile nella manovra di isolare i pochi oppositori che hanno il coraggio di esprimere parole di dissenso. Fidel è sempre stato un personaggio ingannevole, sfuggente, misterioso, solitario; chi lo conosce bene dice di lui che è un uomo emotivo, volenteroso, arrogante, di sicuro onesto, coraggioso e idealista. Ha sempre creduto di essere un democratico, perché ritiene di aver agito con il potere conferito da un’investitura popolare. Il personaggio resta un enigma, di sicuro è un uomo che ha vissuto per il potere e forse è vero che ha tradito gli ideali della rivoluzione, ma a suo modo di vedere l’ha fatto solo per salvarla. «Non voglio scrivere la storia, voglio farla. E la cosa più importante che ho fatto è questa rivoluzione» ha detto negli anni Settanta. Ha governato a stretto contatto con le masse e per molti anni la maggior parte del popolo si è schierata senza riserve dalla sua parte, ma adesso non è più così vero, anche perché lui si è messo da parte. Fidel Castro morirà nel suo letto, nonostante infausti presagi che molti hanno espresso nel corso degli anni, ma le sue idee resistono nel tempo e vengono portate avanti dal fratello Raúl. Non resta che attendere per vedere che cosa diventeranno e se la rivoluzione dimostrerà la forza di adattarsi ai tempi che cambiano. La speranza è che non diventi attuale la frase di Simon Bolivar: «Servire la rivoluzione è come arare il mare».


Gordiano Lupi




Pubblicato il 18/9/2009 alle 16.37 nella rubrica Diario.

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